Fora squara

Ho appena terminato di leggere un libro molto bello, una guida sentimentale su Venezia Cercando Venezia di Paolo Ganz.

In una delle pagine, l’autore descrivendo la città, utilizza il termine fora squara. Un’espressione che mi ha colpito ed ammaliato in quanto molto appropriata per Venezia.

La città è infatti costruita su terreno instabile e nemmeno la foresta pietrificata capovolta che si trova ai suoi piedi è in grado di tenere dritti in piedi gli edifici.

I muri devono essere elastici per adattarsi ai movimenti del suolo e per questo motivo sono sempre stati utilizzati i mattoni. Alcune volte le pareti sembrano cadere verso l’interno ed altre verso l’esterno, come pronte a precipitarti addosso. Le pareti non hanno mai l’angolo completamente retto ed arredare una stanza può risultare una sfida.

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Storti sono anche i ponti. Molti di loro attraversano i canali in linea diagonale perché costruiti in un secondo tempo per collegare calli che in realtà non erano state fatte per essere unite.

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Strade e canali sembrano serpenti striscianti che giocano nel sole o nell’ombra. I canali sono curvi a ricordare la loro origine di fiumiciattoli e le calli seguano sempre l’andamento dell’acqua.

Nemmeno il fondo stradale è piatto. Il centro è curvato e durante le acque alte tutti i Veneziani sanno di non camminare ai lati, vicino agli edifici, perché l’acqua risulta essere più profonda e di poter quindi entrare negli stivali di gomma.

Finestre, porte, campanili e camini pendono sempre da un lato e sembrano prendersi gioco di te, dandoti l’impressione di aver forse bevuto troppi spritz e non riuscendo di conseguenza a vedere le cose sotto la prospettiva giusta.

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Fora squara ha anche il significato di mancare di una rotella e trovo questo binomio tra architettura e carattere divertente: Venezia una città dove tutto e tutti sono fuori squara. D’altronde per vivere in una città come questa bisogna essere un po’ particolari.

Per concludere, non posso non trattenermi dal menzionare come i veneziani vi daranno le indicazioni stradali qualora ne avreste bisogno. Alla vostra domanda, la risposta sarà: “sempre dritti giù dal ponte”. Dove appunto niente è mai dritto.

 

Ganz P., Cercando Venezia, Mare di Carta Edizioni, Venezia, 2015.

Remedio – Venezia e il vino parte II

Remedio è un’altra di quelle parole legata al vino e più specificatamente ad una qualità di malvasia che, non era una varietà di vite, ma una tecnica particolare di vinificazione che produceva un vino dorato e dolce proveniente dalle regioni delle terre da mar veneziane.

A Venezia se ne potevano distinguere tre tipi: Malvasia dolce, una qualità non molto gradita ai veneziani ed utilizzata prevalentemente per il mercato estero; Malvasia Tonda, che aveva un gusto più sottile e leggero; Malvasia Garba, con un sapore forte ed acido. Quest’ultimo tipo era molto più apprezzato anche perché si riteneva che potesse curare malattie dello stomaco.

Si credeva che la miglior Malvasia Garba fosse venduta in una malvasia vicino a Santa Maria Formosa il cui proprietario si chiamava Remedio e, siccome il nome Remedio era molto simile alla parola “rimedio”, col tempo si diede al vino dell’oste delle qualità curative particolari fino ad addirittura essere usato come toponimo della zona.

Oggi si possono trovare nell’area una calle, una fondamenta ed un ponte con il nome di Remedio.

Malvasie e magazeni non erano gli unici posti in città dove si poteva bere vino. Lo si poteva sorseggiare anche nelle osterie, luoghi che fornivano anche cibo ed un posto per dormire.

All’inizio del XIV secolo solo nella zona di Rialto si trovavano 16 osterie e, ancora oggi, diverse calli ci ricordano la presenza di quei luoghi: Calle alla Torre, Calle della Scimmia, Calle della Donzella, etc.

Do Spade è l’unica osteria ancora esistente e che ancora oggi offre in parte gli stessi servizi: mangiare e bere.

Uno dei posti più popolari per assaggiare i famosi cicheti veneziani ed una buona ombra.

E ora basta con le chiacchiere…..partiamo e andiamo all’assaggio.

 

Favero, C. ed., Venice and Viticulture. Wines and Wines: the legacy of the Venetian Republic, Biblos Edizioni, Cittadella (PD), 2014.

Magazen – Venezia e il Vino Parte I

Esplorando Venezia vi potreste ritrovare in una calle dal nome “Magazen” che in italiano vi potrebbe far pensare ad un luogo per lo stoccaggio della merce. In veneziano la parola ha invece tutt’altro significato: è legata alla pratica del bere vino.
Venezia nel Medioevo ha avuto il merito di trasformare il vino in uno status symbol: una bevanda che per molti anni era stata associata alla religione diventa in questo periodo un dono prezioso per reali e viene utilizzato durante importanti banchetti, diventando così un prodotto a cui non si può fare a meno.
Le chiatte che trasportavano i vini attraccavano a Rialto nei pressi della Riva del Vin, dove dovevano attendere l’ispezione degli ufficiali della dogana che davano poi il consenso allo sbarco e allo stoccaggio della merce dopo averne verificato il contenuto.

Luoghi per la mescita del vino iniziarono ad apparire in diverse zone della città, ognuno con le sue specifiche caratteristiche.
I magazeni erano luoghi deposti alla vendita di vini locali che venivano serviti in caraffe piuttosto che in bicchieri ed erano frequentati dalle classi meno abbienti.
Le malvasie offrivano invece vini di qualità migliore: i raffinati vini dolci di provenienza orientale, anche denominati vini navigati. Le malvasie avevano anche qualche restrizione: al loro interno non si poteva praticare il gioco delle carte e non potevano pubblicizzare la loro presenza tramite insegne, cosicchè i loro proprietari iniziarono ad identificare le loro attività con rami di alloro che diventarono poi il loro marchio.
Le malvasie erano anche identificabili attraverso un particolare arredamento dei loro interni fatto con botti di vino utilizzate come eleganti tavoli dalla loro clientela, esattamente come ancor oggi si può vedere nei molti tipici locali che servono questo prodotto.
Se siete pronti per questa esperienza non perdete tempo, cliccate sul link http://imlostinvenice.com/tour/vini-e-cicchetti/ e ci divertiremo assieme.

 

Favero, C. ed., Venice and Viticulture. Wines and Wines: the legacy of the Venetian Republic, Biblos Edizioni, Cittadella (PD), 2014.

 

Ciao

Raccontare Venezia è semplice e difficile allo stesso momento. Semplice perché c’è davvero moltissimo da dire, difficile perché si ha davvero l’imbarazzo della scelta! In questo blog potrei parlarvi delle leggende o della storia. Delle ricette, o delle persone.

Quello che ho deciso di fare, però, è raccontare Venezia attraverso la sua lingua. Con una sintassi specifica, una grammatica indipendente e una produzione letteraria riconosciuta, il Veneziano è stato riconosciuto come lingua, non semplice dialetto, una lingua che con le sue sfumature e caratteristiche è capace di raccontare di un popolo la sua sfera più intima.

E con quale parola migliore iniziare, se non con “Ciao”?

Forse il saluto più diffuso del mondo, in pochi sanno che si tratta, in origine, di una forma di deferenza tipica del commerciante  Veneziano verso il cliente: questi usava, infatti, rivolgersi a chi aveva il portafoglio gonfio come “sciavo” (letto s:ciavo), cioè schiavo, successivamente contratto in “sciao” (s:ciao), e infine “ciao“, la forma che tutti conosciamo e usiamo.

Non posso, quindi, che concludere questo mio primo intervento con un Ciao, e a risentirci presto!